Federico II di Hohenstaufen: lui che brillava sui popoli
Federico II di Svevia fu sicuramente una delle figure più carismatiche e affascinanti dell’epoca medievale europea, non solo per la sua gestione politica efficiente e per l’attività legislativa moralistica, ma soprattutto grazie al suo mecenatismo culturale. La sua passione per le lingue, la poesia e le materie scientifiche caratterizzarono così profondamente il periodo del suo governo che, dopo la sua morte nel 1250, gli venne attribuito il titolo di “stupor mundi” dal monaco inglese Matteo Paris, in virtù della sua curiosità intellettuale e della sua ampia conoscenza. La figura così complessa di Federico darà vita a una lunga serie di numerose leggende e miti.
Federico Ruggero di Hohenstaufen visse un’infanzia turbolenta. Nato il 26 dicembre 1194, a soli 4 anni venne inserito nel mondo politico dell’epoca, essendo già erede di molti troni. I genitori, Enrico VI detto il Crudele, imperatore del Sacro Romano Impero, e Costanza d’Altavilla, erede della più importante famiglia normanna in Italia e custode della corona di Sicilia, lo lasciarono fin da subito orfano. Divenne così oggetto delle ambizioni di molte fazioni politiche, tra sostenitori dei germanici ed esponenti del potere papale. Venne poi affidato a papa Innocenzo III, che lo proteggerà e crescerà a Palermo, dove riceverà da Guglielmo Francesco i primi insegnamenti e la padronanza di diverse lingue: siciliano, latino, tedesco, francese e arabo. La cosmopolita città di Palermo sarà sempre la corte più amata da Federico, per la quale si spenderà sia moralmente sia economicamente.
Una volta maggiorenne, decise di affrontare la situazione relativa alla parte germanica dei suoi possedimenti: i feudatari e il papa lo chiamavano per opporsi a Ottone IV, che rivendicava la penisola italica. Convocato a Roma, durante la domenica di Pasqua prestò giuramento al papa, promettendo di non annettere l’impero di Germania ai territori dell’Italia meridionale. Durante la vita del suo protettore Innocenzo III, Federico evitò quindi di portare avanti piani politici troppo ambiziosi, ma, dopo la morte del papa, ricevette l’incoronazione effettiva nel 1220 da Onorio III, con la promessa dell’istituzione di una crociata in Terra Santa.
Concluso il conflitto con Ottone, decide di affidare la corona al figlio mantenendo il titolo di imperatore e di tornare nella sua amata Palermo, dove propone una riforma politica basata sul Corpus Iuris Civilis in stile giustinianeo e una riforma amministrativa, fondando l’Università di Napoli per formare nuovi funzionari preparati ed efficienti per il regno.
A corte iniziò ad accogliere artisti e poeti provenienti da tutto il continente, rendendola un punto d’incontro di studi del latino e greco, di filosofia e di materie scientifiche, ma anche di cultura araba. Proprio presso la corte di Federico nacque la letteratura italiana con la creazione della scuola siciliana, che promosse un processo di ingentilimento del volgare siculo mediante il provenzale. Qui Jacopo da Lentini inventò il sonetto, composizione principe della produzione poetica posteriore in Italia, adottata da Dante e Petrarca. Non solo apprezzava le lettere, ma si cimentò anche nella stesura di un trattato intitolato De arte venandi cum avibus, in cui affrontava i problemi legati alla caccia degli uccelli, dimostrando di essere aggiornato sulle innovazioni scientifiche del tempo.
Federico accolse e promosse movimenti artistici e architettonici come il gotico e il classicismo, aprendo oltre 250 cantieri tra restauri di antiche fortezze normanne e costruzione di nuovi edifici in tutto l’impero.
Federico accolse e promosse movimenti artistici e architettonici come il gotico e il classicismo, aprendo oltre 250 cantieri tra restauri di antiche fortezze normanne e costruzione di nuovi edifici in tutto l’impero.
La sua morte fu un momento di devastante lutto per i sudditi. Celebre è la citazione della lettera del figlio Manfredi, che ereditò la corona di Sicilia, indirizzata al fratello Corrado IV, re di Gerusalemme, in cui esprime tutta la sua tristezza e ammirazione per il padre: «Il sole del mondo si è addormentato, lui che brillava sui popoli, il sole dei giusti, l'asilo della pace».
Ignazia Iannotta


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