Progetto Finestre: la storia di Carlos
Lunedì 12 Gennaio 2026, noi ragazzi del II scientifico, insieme al II classico, abbiamo avuto un incontro con il Centro Astalli di Roma e l’opportunità di ascoltare una testimonianza che difficilmente dimenticheremo. Non è stata una lezione teorica sul diritto d'asilo, ma un incontro faccia a faccia con la realtà cruda e difficile di chi, per aver servito la legge, è stato costretto a fuggire dalla propria terra.
La prima parte della conferenza è la descrizione della mission del Centro Astalli, per sensibilizzare le nuove generazioni sui temi dell’asilo e della solidarietà internazionale. Poi ha preso la parola il vero protagonista dell’incontro, Carlos, un uomo di quarantotto anni che in Colombia era un procuratore distrettuale. Uno di quelli che non si voltano dall'altra parte. Carlos ha sfidato i signori della politica corrotta, firmando trenta mandati di cattura che sono stati però la sua condanna. Ha subito diversi attentati, anche il lancio di due bombe molotov all'interno della sua abitazione. E quando una minaccia di morte ha preso di mira suo figlio ha capito che l'unica via di uscita era fuggire verso l'Italia.
Ci sono silenzi che pesano più delle parole. Quello che è calato durante il suo racconto era un silenzio di profondo rispetto. Davanti a noi non c’era solo un rifugiato, ma un uomo che ha pagato con l’esilio il prezzo altissimo della propria onestà.
Arrivato a Roma, l’impatto con la realtà è stato durissimo: due settimane a dormire per strada prima di trovare rifugio presso il Centro Astalli. In Italia, la sua laurea in legge è diventata carta straccia per la burocrazia. Eppure, Carlos non si è arreso. Con umiltà ha lavorato come badante e addetto alle pulizie, fino a diventare oggi un autista sui mezzi di soccorso.
Ciò che ha colpito maggiormente noi studenti non è stato solo il racconto della violenza, ma gli strascichi che essa ha lasciato: "Ancora oggi, se sento qualcuno parlare spagnolo al ristorante, mi alzo e me ne vado per la paura". È il segno profondo che le ferite dell'anima sono più difficili da rimarginare di quelle dei proiettili.
Dolcissimo il momento in cui ci ha raccontato di come si stia organizzando per avere un'abitazione più grande dove poter vivere con la sua famiglia. Ed è calato il silenzio quando ci ha detto che non sente la mogli e i figli da quando è fuggito, e che aspetta da tre anni risposta alla richiesta di ricongiungimento familiare. La speranza è la forma che gli permette di guidare un'ambulanza ogni giorno pensando al momento in cui potrà riabbracciare mogli e figli, che ora vivono nascosti, spostandosi di continuo per motivi di sicurezza.
Dolcissimo il momento in cui ci ha raccontato di come si stia organizzando per avere un'abitazione più grande dove poter vivere con la sua famiglia. Ed è calato il silenzio quando ci ha detto che non sente la mogli e i figli da quando è fuggito, e che aspetta da tre anni risposta alla richiesta di ricongiungimento familiare. La speranza è la forma che gli permette di guidare un'ambulanza ogni giorno pensando al momento in cui potrà riabbracciare mogli e figli, che ora vivono nascosti, spostandosi di continuo per motivi di sicurezza.
La sua testimonianza ci insegna che si può perdere tutto – carriera, casa, patria – ma finché si resta fedeli ai propri valori, non si perde mai se stessi. La speranza, in fondo, è proprio questo: la capacità di ricostruire sulle macerie, un turno di lavoro alla volta.
Grazie a questo incontro, quella che era una storia che potevamo leggere sui giornali è diventata una voce, un volto e una vicenda di straordinaria dignità. Abbiamo imparato che un rifugiato non è solo chi scappa, ma chi, nonostante abbia perso tutto, continua a credere nel valore della vita e dell'onestà.
Matteo Mazzocchini


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