Nel cuore del Cottolengo: uno sguardo nuovo sul mondo
«Cottolengo, altrimenti detto Piccola Casa della Divina Provvidenza -ammesso che tutti sappiano la funzione di quell'enorme ospizio, di dare asilo, tra i tanti infelici, ai minorati, ai deficienti, ai deformi, giù giù fino alle creature nascoste che non si permette a nessuno di vedere».
Così Italo Calvino descrive, nel suo libro La giornata di uno scrutatore, questa realtà torinese, nata con lo scopo di offrire una dimora a persone con disabilità gravi o gravissime. Durante la preparazione del Convegno MGL 2026 abbiamo avuto l'onore di visitare la Piccola Casa della Divina Provvidenza, comunemente nota come Cottolengo. Fondata da San Giuseppe Benedetto Cottolengo, un sacerdote che non volle rimanere indifferente davanti ai bisogni della città di Torino, quest'opera rappresenta ancora oggi una risposta concreta alla fragilità umana. Entrarci è come varcare una soglia invisibile, non solo quella di un luogo, ma quella di uno sguardo diverso sul mondo. È un luogo che non si visita soltanto: è lui che visita te, mettendo in discussione le tue certezze.
Camminando nel cortile, lo sguardo si posa sui volti degli ospiti, spesso illuminati da una serenità spiazzante. C'è chi ti osserva con curiosità, chi con una fiducia disarmante, chi con un'allegria che non chiede spiegazioni. Ancora una volta viene in aiuto Calvino, che descrive il Cottolengo come un luogo capace di mettere alla prova le categorie con cui siamo abituati a ordinare la realtà: normalità e anomalia, forza e fragilità, utilità e inutilità. Durante la visita, questa sensazione diventa concreta. Ogni incontro sembra chiederti, senza parole: che cosa conta davvero? L'emozione più forte non è la tristezza, come ci si potrebbe aspettare, bensì una sorta di pudore. Ci si rende conto di trovarsi davanti a vite che non chiedono di essere spiegate o giustificate. Esistono. E basta. Come Angela, una donna nata sana che, a causa di una meningite, ha perso udito, vista e parola. Colpiscono la sua gioia disarmante e la sua creatività nel trovare modi per comunicare attraverso il solo contatto delle mani. O come la testimonianza di Vito, un uomo nato focomelico, che è riuscito a integrarsi nella società e a vivere una vita piena, sempre con il sorriso, nonostante le difficoltà.
Il Cottolengo offre percorsi di integrazione al lavoro che permettono a queste persone con disabilità di ottenere una propria indipendenza e una integrazione nella società. Personalmente crediamo che questo sia una grande conquista per la dignità della loro persona.
Uscendo, Torino riprende il suo ritmo consueto, ma qualcosa resta addosso: una domanda aperta. Come accade allo scrutatore di Calvino, anche noi abbiamo lasciato il Cottolengo con meno risposte di quante ne avessimo entrando, ma con uno sguardo più umano che ci ricorda che ogni persona fa parte dello stesso disegno: tutto è connesso.
Costantino Mengozzi, Patrizia Campi, Ludovica Cito


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