Restituire futuro ai bambini con il progetto Michelle
Qualche venerdì fa, una bambina di dodici anni mi ha chiesto perché io a quattordici stessi ancora studiando e non fossi andata via con mio marito. Un altro bambino mi ha raccontato di come suo nonno, quando è ubriaco, lanci i piatti e gli urli contro. Mi ha confessato di avere paura della sua stessa famiglia, per le reazioni imprevedibili che hanno spesso, e che gli è stato offerto da bere quando aveva solo sei anni.
Il progetto Michelle nasce proprio da qui: dalla consapevolezza che l'unica possibilità per salvare il futuro di questi bambini non è far finta di non vedere, per paura di scoprire una verità che fa male, ma incitarli e aiutarli ad andare a scuola perché possano avere un'istruzione capace di renderli liberi di scegliere la propria vita, senza essere condannati a un destino già scelto.
Grazie al progetto Michelle, organizzato dalla nostra scuola, aiutiamo concretamente questi bambini: ogni venerdì ci rechiamo al quartiere del Trullo, dove li aiutiamo a studiare in uno spazio più accogliente e con i supporti di cui hanno bisogno. Non accogliamo solo studenti provenienti dal campo rom, ma anche bambini del quartiere, appartenenti a famiglie vulnerabili che vivono in condizioni sociali ed economiche molto complesse.
Ogni venerdì io e circa altri dieci ragazzi, accompagnati da due professori, ci dividiamo tra macchina e pulmino per raggiungerli. Bastano quarantacinque o cinquanta minuti dalla nostra scuola per entrare in una realtà completamente diversa, che costringe davvero ad aprire gli occhi. Dalle quattro arrivano i bambini del quartiere: insegniamo loro a padroneggiare meglio la lingua e li aiutiamo con i compiti. Verso le cinque, grazie ad un pulmino che li va a prendere e li riporta, arrivano i bambini rom. Sono sempre molto vivaci e anche se non sembra, molto dolci e riconoscenti: in fondo sono bambini come tutti, hanno solo bisogno di sentirsi amati. Spesso alzano la voce e usano parole che un bambino non dovrebbe nemmeno conoscere, ma non è colpa loro: l'esempio più importante, per ogni figlio, sono i genitori, e loro finiscono per imitare atteggiamenti e gesti di cui spesso non sanno neanche il significato.
Una volta poggiati gli zaini, i bambini si dividono in due stanze in base all'età. Io, la maggior parte delle volte, aiuto quelli un po' più grandi, ma recentemente mi sto occupando dei più piccoli che, nonostante l'età, sono i più difficili da gestire perché sono anche i più sinceri e diretti. Purtroppo sono bambini che non hanno ricevuto una vera educazione e la scuola rappresenta l'unico luogo dove possono imparare ad essere gentili e rispettosi. Hanno tanti compiti da finire prima della merenda, momento in cui condividiamo i dolci che alcuni di noi portano, seduti in cerchio sulle sedie.
Una volta poggiati gli zaini, i bambini si dividono in due stanze in base all'età. Io, la maggior parte delle volte, aiuto quelli un po' più grandi, ma recentemente mi sto occupando dei più piccoli che, nonostante l'età, sono i più difficili da gestire perché sono anche i più sinceri e diretti. Purtroppo sono bambini che non hanno ricevuto una vera educazione e la scuola rappresenta l'unico luogo dove possono imparare ad essere gentili e rispettosi. Hanno tanti compiti da finire prima della merenda, momento in cui condividiamo i dolci che alcuni di noi portano, seduti in cerchio sulle sedie.
Aiutarli non è facile: serve molta pazienza, ma anche quando sono stanca mi impegno a dare il mio massimo, perché credo davvero che un piccolo aiuto possa cambiare il loro futuro.
Ormai conosco i nomi e le storie di tutti i bambini: quando mi vedono mi abbracciano e questo, ogni volta, mi fa capire che ciò che sto facendo, per quanto poco, sta funzionando. Per le bambine, in particolare, la nostra presenza di ragazze è fondamentale, perché rappresentiamo un modello positivo e dimostriamo loro che essere donna non vuol dire avere un destino già scritto, ma avere il diritto di scegliere, di studiare e di costruire la propria strada.
Tutti questi bambini hanno più di quattro fratelli, alcuni arrivano a dieci o dodici, perché nel campo si creano spesso rivalità tra famiglie e aumentare il numero dei membri significa potersi difendere meglio e avere più aiuto nei lavori.
Un giorno una bambina è arrivata con le mani sporche e ferite: mi ha spiegato che aveva dovuto aiutare il padre utilizzando attrezzi pericolosi con cui si era anche tagliata. Purtroppo, per molti di loro questa è quasi normalità e non è nemmeno la cosa peggiore. Si fanno male a causa dei materiali taglienti sparsi ovunque, si ammalano per le pessime condizioni igieniche, rischiano la vita per l'esposizione ai rifiuti. Nei casi più drammatici, muoiono.
Tra le vittime c'è stata Michelle, una bambina morta una settimana prima di iniziare la prima elementare, dopo aver toccato un filo elettrico scoperto. Io personalmente non l’ho conosciuta, ma molti ragazzi del gruppo e alcuni professori che ci accompagnano l’hanno presa in braccio e le hanno fatto fare un ultimo girotondo, tenendole la mano.
Da questo tragico evento è nato il progetto Michelle, con la speranza di proteggere e offrire opportunità ad altri bambini, affinché nessuno debba più crescere in condizioni così disumane. Ho ascoltato tanti racconti di infanzie negate e la cosa più dolorosa è che tutto questo accade a poche ore da Roma.
Siamo ancora in tempo per fare qualcosa: un piccolo gesto da parte di ognuno può cambiare una vita. Dobbiamo far capire a questi bambini che, anche se sembra impossibile, non è troppo tardi per sognare, che non sono invisibili, che il loro grido silenzioso è arrivato fino a noi e che vogliamo rispondere. È inutile continuare a lamentarci senza agire: abbiamo la possibilità di trasformare una realtà che indirettamente riguarda tutti.
Questo funziona davvero. Una bambina rom, grazie all'istruzione, ha realizzato il suo sogno di diventare regista e ora non sta più subendo ma sta scegliendo la sua vita. Io faccio tutto questo perché spero che un giorno i bambini che mi hanno confidato le loro paure mi possano dire che la scuola ha cambiato il loro destino, che grazie ad essa sono diventati ciò che sognavano di essere: non numeri citati distrattamente al telegiornale, ma persone con un nome, una dignità, un valore.
Siamo ancora in tempo per fare qualcosa: un piccolo gesto da parte di ognuno può cambiare una vita. Dobbiamo far capire a questi bambini che, anche se sembra impossibile, non è troppo tardi per sognare, che non sono invisibili, che il loro grido silenzioso è arrivato fino a noi e che vogliamo rispondere. È inutile continuare a lamentarci senza agire: abbiamo la possibilità di trasformare una realtà che indirettamente riguarda tutti.
Questo funziona davvero. Una bambina rom, grazie all'istruzione, ha realizzato il suo sogno di diventare regista e ora non sta più subendo ma sta scegliendo la sua vita. Io faccio tutto questo perché spero che un giorno i bambini che mi hanno confidato le loro paure mi possano dire che la scuola ha cambiato il loro destino, che grazie ad essa sono diventati ciò che sognavano di essere: non numeri citati distrattamente al telegiornale, ma persone con un nome, una dignità, un valore.
Sono sicura che, nel momento in cui anche solo un bambino riuscirà a far risplendere la luce che ha dentro, darà la forza agli altri di fare lo stesso.
Virginia Troili


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