Dove l’amore prende forma: un viaggio che apre occhi, mente e cuore




La mattina dell’8 febbraio sono uscita di casa per intraprendere questo viaggio, apparentemente folle, e la sera dell’11 sono ritornata a casa con una nuova consapevolezza di me stessa e della vita.

Dopo circa un’ora di viaggio in treno siamo arrivati in questa casa: era piccola e rovinata, ma d’impatto, perché dava un po’ di colore ai freddi e opprimenti palazzi di Scampia. Appena entrati, ci hanno accolto tantissime persone della comunità: si festeggiava il diciottesimo anniversario di quella casa, chiamata “Casa Arcobaleno”.
È un luogo di seconde opportunità che, attraverso la cooperativa “Occhi Aperti”, ogni anno offre un percorso scolastico ai ragazzi segnalati dal Comune che, per vari motivi, non hanno potuto proseguire gli studi, accompagnandoli a sostenere l’esame di terza media. Inoltre, tramite il progetto “Io Valgo”, sostiene gli studenti che desiderano continuare il proprio percorso anche dopo la terza media. 
Durante il festeggiamento si percepiva un calore mai provato prima e, anche se il luogo dove avremmo dormito non era molto confortevole, ero felice: stavo imparando non solo ad accettare, ma anche ad amare la semplicità. Ero circondata da sorrisi, da persone vere, che provavano davvero, nel loro piccolo, a cambiare qualcosa. Già nel pomeriggio mi ero adattata e mi sentivo in una casa sicura in cui ognuno poteva mettere da parte maschere e formalità ed essere semplicemente se stesso, senza sentirsi giudicato, perché in fondo, anche se eravamo tutti molto diversi, ci accomunava la forza di volontà nell’aiutare quei ragazzi.
Dopo esserci ambientati, abbiamo iniziato subito a fare conoscenza con alcuni di loro: sono ragazzi molto simpatici e vivaci, ma con abitudini e una realtà di vita completamente diverse dalle nostre. Soprattutto per le ragazze la situazione è difficile: non sono tutelate abbastanza e vengono trasmesse loro idee sbagliate, come quella che il ragazzo abbia il pieno potere su di loro. Parlando con alcune ragazze della mia età ho scoperto che da generazioni le donne sono quasi burattini del proprio ragazzo o marito: non sono indipendenti, ma costrette a vivere, spesso inconsapevolmente, una vita scelta da un uomo. Noi ragazze, tramite dei progetti che abbiamo presentato l’ultimo giorno, abbiamo cercato di insegnare loro che questa non deve essere la normalità e che devono essere più consapevoli del proprio valore per cambiare davvero qualcosa. 
La prima notte in comunità e stata veramente strana. Ci siamo messi tutti in un cerchio e, dopo aver fatto dei giochi per conoscerci meglio, abbiamo iniziato a parlare. Partendo da riflessioni sulla giornata siamo arrivati ad affrontare discorsi molto profondi, prima della preghiera e del momento di andare a dormire.
La mattina seguente ero emozionata di cominciare. Dopo aver fatto colazione, sparecchiato e lavato una montagna di piatti, sono arrivati alcuni bambini più piccoli che dovevamo aiutare a fare i compiti. Dopo qualche ora, la bambina che avevo seguito ha detto che il momento più bello della sua giornata era stato fare i compiti con me: questo mi ha fatto capire che forse quello che stavo facendo non era molto per me, ma tantissimo per qualcun altro. Forse stavo facendo la cosa giusta. 
Dopo un tipico pranzo napoletano, siamo andati a visitare il capoluogo con i ragazzi del progetto “Io Valgo”. Ci siamo divisi in coppie e ognuno doveva fotografare alcuni elementi significativi di Napoli, del colore che gli era stato assegnato. È stato molto divertente camminare con questi ragazzi, e nonostante l’imbarazzo e la diffidenza iniziale, siamo riusciti a superare quelle barriere invisibili, creando un clima di apertura e scherzo. La realtà che vivono ogni giorno non è semplice e sono spesso vittime di pregiudizi, ma affrontarla dimostra quanto siano forti e coraggiosi. Posso confermare che molti di loro hanno del potenziale enorme che poche persone riescono a cogliere: solo chi non si ferma di fronte alle apparenze. 
La sera, dopo una cena deliziosa preceduta da una preghiera molto particolare, ci siamo rimessi in cerchio e abbiamo immerso le mani nella terra di Scampia, raccolta in un cesto. Poi abbiamo scritto su un foglietto quello che speravamo da questo viaggio; io ho scritto che volevo imparare ad aprire gli occhi, la mente e il cuore. Stando in comunità ho imparato l’importanza della collaborazione: stare insieme non significa annullarsi per paura di essere considerati troppo o troppo poco, né sovrastare gli altri, ma significa imparare a camminare insieme all’altra persona. 
Vivendo questa esperienza ho scoperto aspetti delle persone che pensavo di conoscere perfettamente. Ho capito che nella vita degli altri bisogna sempre entrare in punta di piedi, con delicatezza, perché non possiamo conoscere né giudicare fino in fondo ciò che ognuno porta dentro di sé. Non basta guardare per credere di conoscere davvero una persona: bisogna parlare, accettare e aiutare.
La sera del secondo giorno è stata indimenticabile. Abbiamo approfondito il tema “tutto è connesso”, che stiamo trattando anche a scuola. Con un gomitolo, passato di mano in mano fino a formare una specie di ragnatela, ognuno raccontava ciò che stava imparando da questa esperienza; è stato così commovente che ci siamo messi a piangere: un momento intensissimo, in cui ognuno stava mostrando il lato più fragile di sé con la sicurezza di essere ascoltato e accolto. 
Il terzo giorno è stato forse il più intenso. La mattina abbiamo approfondito la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, scegliendo un diritto e sviluppandolo attraverso una lezione interattiva. Mettersi nei panni di un docente non è stato facile, ma è stato entusiasmante e ci ha offerto una nuova prospettiva sulla scuola. Nel pomeriggio, invece, siamo andati dalla suore che molti anni fa avevano aperto una sede vicinissima al campo rom, affinché tutti i bambini, soprattutto quelli più vulnerabili, potessero farne il proprio rifugio. Noi ragazze abbiamo giocato con le bambine tra giochi tradizionali e gare di balletti, mentre i ragazzi giocavano a calcio. Sono tornata bambina, mi sono sentita di nuovo spensierata, con l’unica preoccupazione di correre veloce per non farmi acchiappare. 
Una bambina in particolare si era affezionata a me: continuava ad abbracciarmi e, nonostante venisse presa in giro dalle altre bambine per via del suo aspetto, credeva fermamente nel proprio valore. Spero che questa consapevolezza non la abbandoni crescendo. 
Credo che il servizio mi abbia insegnato tanto: che l’amore si trova nelle piccole cose, nei sorrisi e negli occhi dei bambini. Nei gesti più semplici si nascondono le cose più grandi. Ho imparato che facendo del bene agli altri riesco a fare del bene anche a me stessa: più dono più ricevo, un concetto che prima non riuscivo bene a concepire. Questa esperienza mi ha insegnato la pazienza e mi ha aiutato a combattere alcuni pregiudizi, perché conoscendo davvero questi ragazzi ho capito che, come me, avevano solo bisogno di sentirsi visti e amati per quello che sono. Questo ci ha unito, creando una sintonia profonda: io donavo a loro e loro donavano a me e, alla fine, in questo scambio stavamo tutti bene. 
In queste giornate ho scoperto che Dio non si trova solo nelle grandi chiese o nelle cose imponenti, ma “a Scampia”: nelle cose semplici, nella pazienza, nell’amore. L'ho sentito molto vicino, non più come un obbligo o qualcosa di distante, ma come una presenza viva dentro di ognuno di noi, che si manifesta quando impariamo ad accoglierla e a liberarci da apparenze e pregiudizi. Durante questo viaggio ho imparato molto più di quanto abbia provato ad insegnare. Sono tornata a casa con la consapevolezza che la luce di ciascuno è capace di illuminare una vita e che, in fondo, la vera bellezza si trova nelle connessioni che riusciamo a creare con gli altri, nel rispetto, nella delicatezza e nell'amore. Questo viaggio non finisce con un ritorno: è un nuovo inizio. Sono pronta a ricominciare la mia vita con una nuova prospettiva sul mondo e sugli altri.


Maria Virginia Troili






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