Trieste, città di confine: storia, memoria e identità
Per tre giorni abbiamo avuto l’occasione di entrare in contatto con la città di Trieste.
Questo pluralismo è visibile anche negli edifici religiosi, costruiti grazie agli editti di tolleranza di Giuseppe II (r. 1765-1790), che garantirono la piena libertà di culto a tutte le comunità stabilitesi in città precedentemente.
In particolare, impressiona la colossale sinagoga, tra le più grandi di Europa, dove la comunità ebraica, di rito aschenazita (ma in piccola parte anche sefardita), si riunì fino alla tragica parentesi dell’occupazione nazista di Trieste, per poi riprendere le sue funzioni a conflitto concluso.
La città subì enormi sofferenze durante la Seconda guerra mondiale. Sotto occupazione tedesca, come parte della Zona d’operazioni del Litorale adriatico (OZAK), Trieste fu teatro di deportazioni, violenze politiche, odio razziale, crisi sociali ed economiche, lotte partigiane.
Il luogo emblematico della brutalità nazista è senza ombra di dubbio la Risiera di San Sabba. Luogo periferico, immerso nella zona industriale, fabbrica all’interno della quale si lavorava un tempo il riso, diventato poi, in seguito all’8 settembre del ’43, un campo di detenzione e di concentramento. Dalle tre alle cinquemila persone vi trovarono la morte.
Anche dopo il conflitto, Trieste visse tempi difficili: sotto occupazione jugoslava, vi furono arresti, deportazioni, sparizioni, una paura diffusa nella popolazione che ha causato una frattura politica e nazionale molto forte. Ed è così che cominciò una seconda ondata di violenza. Violenza contro tutti quei soggetti che erano scomodi al regime del Maresciallo Josip Broz Tito, oppositori politici o presunti tali, ma anche odio nei confronti di una popolazione ostile a quella jugoslava. A causa del clima di terrore di quegli anni, all’incirca 300.000 italiani abbandonarono le loro case e si riversarono nella penisola, dove a volte furono considerati stranieri dai loro stessi concittadini. A questo proposito, è emblematico il magazzino 18 del Porto di Trieste, luogo dove gli esuli giuliano-dalmati lasciarono i loro averi in attesa di recuperarli in seguito, ma che spesse volte rimasero lì, e che sono tutt’ora in esposizione.
Ancora oggi questi temi risultano essere spinosi e divisivi nella popolazione triestina, che, essendo eterogenea, ha memorie e ricordi diversi.
La visita a San Sabba e poi alla Foiba di Basovizza hanno suscitato forti emozioni, ricordando due tragedie spesso trascurate nella memoria collettiva.
L’ultimo giorno abbiamo visitato il castello di Miramare, un tempo residenza di Massimiliano d’Asburgo, fratello di Francesco Giuseppe, partito per il Messico nel 1864 e mai più tornatovi: fu ucciso durante la guerra civile messicana nel 1867, dopo appena tre anni di regno.
Gli interni del castello ricordano quelli di una nave, proprio perché Massimiliano d’Asburgo intraprese da giovane la carriera nella marina militare e volle che il castello fosse progettato in quel modo.
Il castello fu poi residenza di Amedeo Savoia-Aosta, dal 1930 al 1937, poi vi si stabilirono i Neozelandesi durante la guerra, infine quartier generale della guarnigione Trieste United States Troops (TrUST) dal 1947 al 3 ottobre 1954, negli anni dell’amministrazione anglo-americana.
Trieste è una città poliedrica, dove sembra di trovarsi in un luogo a sé stante. Non è né completamente italiana, né asburgica, né slovena, bensì un luogo dove diverse radici, tradizioni e culture convivono. Qui la frontiera non è un semplice limite, ma una realtà concreta. Prima vi furono gli Asburgo, poi i Tedeschi, ancora gli Angloamericani, infine gli Italiani. Trieste ha comunque mantenuto la propria identità, un cosmopolitismo che fa percepire chi la visita come uno straniero in una città che, pur appartenendo all'Italia, rimane profondamente unica.
Flavio M. Apollonj Ghetti


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