All'ombra dell'agrifoglio - Parte 3





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Era ormai l'ora di cena e, tra lo shock generale, qualcuno doveva pur cucinare. Guglielmo, il più grande tra i ragazzi, si era preso l'onere di cucinare per tutta la combriccola e Ludovica, da brava ragazza qual era, gli stava dando una mano; un po' per spirito di servizio, un po' per la voglia di ficcanasare e coordinare al meglio le indagini. Guglielmo, piuttosto silenzioso e schivo, era di certo un ragazzo di cui ci si poteva fidare, il tipo perfetto con cui condividere i suoi sospetti sul professor Galli.

L'acqua stava per bollire... "Guglielmo ovviamente non ha detto una parola da quando è successo il fattaccio... dovrò iniziare io il discorso come al solito", pensò Ludovica.

Guglielmo aveva la faccia impassibile, con lo sguardo fisso sui fornelli. Quei vecchi fornelli, tutti incrostati di ruggine, chissà quante ne avranno viste. Erano proprio davanti al bollitore, con cui la zia era consueta prepararsi l'acqua per la camomilla. Se solo potessero parlare, i fornelli, chissà quante cose avrebbero da dire.

Ludovica, stufa di quel rumoroso silenzio, ruppe il ghiaccio per prima, parlando a bassa voce per non farsi sentire da nessun altro:
"Guglielmo... è tutto molto strano questo. Sembra surreale. La zia è distesa di là, e noi andiamo avanti quasi come se nulla fosse."
"Lo so" disse Guglielmo.
"E quindi cosa intendi fare? Io ho già dei sospetti... il prof. Galli non me la conta giusta."
"Non arrivare a conclusioni affrettate. Dobbiamo essere cauti. Perché avrebbe dovuto farlo?"
"Questo non lo so ancora, devo scavare più a fondo."

Mentre Ludovica e Guglielmo continuavano a discutere su chi potesse aver ucciso la zia, Francesco, uno studente di terzo liceo, aveva appena varcato la soglia dell'edificio principale per andare a indagare fuori. 
Francesco aveva gli occhi cerulei, e i suoi caratteristici capelli biondi slavati facevano contrasti con la corteccia degli abeti contigui alla casa. Inoltre, soffriva di allergia al polline e, per questo motivo, specialmente in montagna, aveva sempre il naso arrossato.
Stava andando nel piccolo capanno a poca distanza dalla base. Il freddo e l'umidità della sera gli stavano entrando nelle ossa, per questo motivo si affrettò per il sentiero che conduceva alla casetta.

Aveva appena aperto la schricchiolante porticina in legno di quercia, era entrato nel capanno, ormai adibito a sgabuzzino per attrezzi vari e cimeli appartenenti ad altri tempi: vi era una vecchia piccozza da arrampicata delle corna di stambecco, un mazzo di carte da gioco, un vecchio estintore. 
Apriva i cassetti, ma c'erano solo cianfrusaglie e attrezzi da lavoro. Francesco stava cercando qualche indizio per conoscere più a fondo la storia di quel luogo, ma non riusciva a trovarne.

All'improvviso sentì dei passi fuori dal capanno. Il battito cardiaco aumentò: Francesco aveva paura.
Chi c'è la fuori? Cominciò a chiedersi perché fosse andato lì da solo... la sua ansia cresceva, stava sudando freddo.

La maniglia tremò, la porta si aprì, Francesco singultò...

"Ehi, eccoti. Mi hanno mandato a chiamarti. La cena è pronta, vieni?"

Fiu... era l'imbianchino.

Flavio M. Apollonj Ghetti

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